Aiutiamoli a casa loro? Se è l’Africa ad aiutare l’Italia

Letta attraverso la lente dell’immigrazione, particolarmente al centro delle cronache nazionali in questa calda estate da poco passata, l’Africa che raccontiamo ogni mese su ‘Africa e Affari’ e ogni giorno su InfoAfrica sembra una storia lontana. Eppure nel dibattito politico e sociale nazionale degli ultimi mesi si è fatto strada un concetto che potrebbe avvicinare più di quanto si pensi due immagini africane che appaiono distanti: immigrazione e crescita economica. Si tratta del ritornello “aiutiamoli a casa loro”. Lanciato ripetutamente da figure politiche che trovano nel solleticare paure e istinti più bassi del popolo italiano l’unica idea politica da mettere sul piatto, il refrain è stato poi ripreso un po’ da tutti i soggetti politici nazionali. E in questa lunga estate secca, sul tema e sull’Africa, hanno scritto e si sono occupati tutti o quasi. Spesso senza sapere bene di cosa stessero parlando. Se si esclude il portato egoistico che una frase come “aiutiamoli a casa loro” nasconde (se intesa solo come un modo per mantenere delle distanze che la storia, la demografia, l’economia e la logica sembrano intenzionate ad annullare) quella frase è forse la cosa più giusta che l’Europa e l’Italia possano dire sull’Africa. L’Africa ha tanti giovani, e sempre di più ne avrà nei prossimi anni, che cercano un lavoro, che vogliono studiare, che vogliono una vita migliore. Ma l’Africa ha anche tanti giovani che rappresentano il mercato del futuro, perché l’unico in espansione (sia in termini numerici assoluti, che in termini di potere di spesa crescente e di bisogni da soddisfare). Lasciando stare l’Europa, che nel continente ha ancora politiche sparse se non addirittura conflittuali tra i suoi membri, l’Italia trarrebbe non pochi benefici dall’applicare davvero l’invito di “aiutarli a casa loro”. L’Africa ha infrastrutture da costruire, città di disegnare, fonti di energia da creare, campi da coltivare e scuole da mettere in piedi. I Paesi africani hanno bisogno di creare un’agricoltura nuova in grado di vendere prima di tutto sui mercati nazionali e regionali i propri prodotti, destinati a marcire perché mancano le strade o la catena del freddo o i macchinari per il packaging. Gli africani hanno bisogno di un’industria manifatturiera grande e piccola che soddisfi le necessità locali e che sia in grado di aggiungere valore ai prodotti che oggi ne costituiscono le principali voci dell’export. Non sono certo le operazioni dei cinesi che cambieranno le sorti dei popoli africani, con progetti realizzati da aziende che esportano verso l’Africa capitali, macchinari e anche operai. In questo percorso di crescita gli africani stanno immaginando una rete diffusa di Pmi, di aziende familiari, di consorzi e cooperative radicate nei territori in grado di moltiplicare le ricadute positive sul maggior numero possibile di persone. In questo percorso l’Italia avrebbe molto da condividere con l’Africa. Le Pmi nostrane sono in grado di condividere esperienza e di trasmettere conoscenza (o know-how), di formare maestranze e di attingere dalle risorse umane locali, non avendo plotoni di operai da inviare in Africa. Ma perché l’Italia e le sue aziende, piccole e medie, possano arrivare sull’altra sponda del Mediterraneo e superare il Sahara c’è bisogno che lo Stato le aiuti davvero, immaginando strumenti assicurativi e finanziari, stringendo accordi con i governi africani, aprendo linee di credito ecc… Insomma, forse è il caso di dire “aiutiamoci a casa loro”.

© Riproduzione riservata